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La creazione di una religione

Spesso, nel creare un’ambientazione fantasy completamente nuova per un gioco di ruolo, la religione diviene uno degli elementi che più vanno a contraddistinguerla. Ad essa, spesso, si possono ricondurre infatti l’origine del mondo stesso, un parziale funzionamento della magia non solo divina, ma anche arcana, e per certi versi proprio l’impalcatura concettuale che tiene il tutto insieme.

Spesso, tuttavia, non si hanno sufficienti elementi per descrivere qualcosa che vada al di là del culto, o comunque non si riesce a essere pienamente soddisfatti di quanto ottenuto. Perché?

Perché la religione, al di là dell’aspetto prettamente personale delle convinzioni e della fede, è un fenomeno sociale, e in quanto tale puo’ e deve essere studiato con il criterio rigoroso delle scienze sociali (che, in un’accezione poco diffusa al di fuori dell’ambito accademico, si occupano dei fenomeni sociali, per l’appunto, tipici della natura umana, ma con rigore e metodo scientifico). Ogni fenomeno sociale è regolato da specifiche regole, e la religione non esula da queste; quest’articolo, lungi dall’essere esaustivo, si propone di illustrare le principali “teorie del sacro”, ovvero come secondo gli studiosi più autorevoli il senso comune si stringa attorno a particolari elementi, elevandoli al rango di culto e costruendovi attorno la monumentale impalcatura di una religione, allo scopo di fornire se non una guida, quantomeno dei parametri per orientarsi nella creazione di un culto.

 

La struttura di una religione 

Nella definizione di E. Durkheim, il campo religioso è la forma unica di ogni religione, una struttura attraverso la quale il culto per un “qualcosa” di sovrannaturale (solitamente un essere di natura divina, ma anche uno spirito più arcaico e antico dell’uomo, o un feticcio costruito da una persona sacra) si articola nella società umana.

Ogni culto si suddivide in due tipi di attività, per praticità classificate come mentali e fisiche, rispettivamente le Credenze e le Pratiche.

Al primo gruppo appartengono i Miti (racconti di solito riguardanti l’origine del mondo o di elementi di rilievo per il culto, assunti per veritieri), le Leggende (simili ai miti, ma recepite come “misteri”, non necessariamente veritiere) e le Dottrine (insieme in numero variabile di sistemazioni “paralogiche” dell’insieme delle credenze di una religione); alle Pratiche invece appartengono i Riti (fenomeni solitamente collettivi, fondamentali per sottolineare la sacralità dei momenti di “passaggio” attraverso una forma più o meno evidente di purificazione), le Cerimonie (simili ai Riti, ma estese a tutta la collettività con la ripetizione rituale di un gesto simbolico, di solito creatore) e le Norme di Comportamento (che regolano la vita quotidiana).

 

Perché quanto compreso in questo campo religioso non si disperda, è poi necessaria una più o meno rigorosa organizzazione specifica (che sia una chiesa o anche solo una declinazione del culto, come ad esempio il totemismo) che lo mantenga compatto ed omogeneo nel tempo e nello spazio, favorendone l’iniziale installazione nel territorio.

Questa forma in sé è statica, ma non esclude l’evoluzione (tipico è il caso dei Miti che, con il tempo, divengono semplici Leggende); al contrario di quanto si possa pensare, con il passare del tempo le religioni che non scompaiono tendono a divenire da complesse, più semplici, secondo il modello evolutivo non-evoluzionistico della linguistica che ne garantisce una sempre più salda base d’appoggio. L’unico elemento assolutamente immutato è l’oggetto centrale del culto.

 

Questo infatti è l’”elemento sacro”, ovvero dotato di caratteristiche al di là dell’ordinario. La venerazione per questo tramite con il mondo celeste (o infernale) non è, come ritenuto dal più ingenuo pensiero illuminista, una strumentalizzazione di un non meglio specificato potere (temporale o spirituale); questo puo’ infatti solo innestarsi a sfruttare un sentimento innato nell’essere umano. Da qui l’origine stessa del termine religione (“religari”, in latino tenere insieme, e allo stesso tempo “relegere”, tenere separato, giacché la funzione principale della religione è mantenere il sacro separato dal profano, perché non lo contamini).

 

Il Sacro e il Profano

Fondamentale è, per la comprensione dei meccanismi che regolano una religione, comprendere il concetto di Sacro (cui da secoli gli studiosi dedicano teorie più o meno controverse e definizioni più o meno condivise dalla comunità scientifica).

E’ doveroso premettere che la visione dell’homo laicus è una mera utopia; non è conosciuta una forma di organizzazione sociale che non abbia spontaneamente generato una forma di religione, quand’anche questa avesse perso i suoi connotati trascendenti e si fosse dedicata al culto di forme di organizzazione sociale (è tutt’altro discorso se queste si rivelino, nel tempo, all’altezza delle aspettative della spiritualità dell’essere umano).

 

Il concetto stesso di Sacro è dedotto dal sacrificio (“sacer facere”, rendere sacro): durante questa pratica, infatti, il sacerdote separava la parte destinata agli dei, quella più potente, da quella più misera che andava agli uomini. La costruzione “binaria” del cervello umano, che concepisce il mondo in opposti [Piaget] trova nella creazione di due estremi i presupposti per il mantenimento della sanità mentale nella fase ontologicamente cruciale della “scelta”; ma per non sconfinare in studi prettamente psicologici, è sufficiente dire che, per ottenere una “mappa del mondo” sufficientemente salda da potervi trovare orientamento, l’uomo l’ha diviso in Sacro e Profano.

 

Una definizione univoca del Sacro è piuttosto difficile; un primo rudimento viene solitamente dato in negativo rispetto al Profano, che rappresenta lo scorrere uniforme della vita (tempo, spazio, individuo) che viene scandito da tagli del non-Profano.

Il Sacro avrebbe quindi un’intrinseca caratteristica, quella di essere Potente (la Potenza è una nozione meramente qualitativa, non dissimile dalla sua omonima in matematica) a sufficienza da spezzare il vasto indistinto orizzonte del Profano.

 

Una nozione da sfatare è quella secondo cui l’Impuro sia profano. Questo è grossolanamente falso, in quanto la Purezza, quanto la sua assenza, è una caratteristica inscindibile del Sacro; il Profano non ha invece tale connotazione, sia essa negativa o positiva.

L’intervento della Religione (in particolare attraverso i Riti) ha la funzione di “purificare” l’Impuro, riportandolo a uno stadio non permanente (in quanto legato al mondo) di purezza, tenendolo distante dal Profano, che è esistenzialmente “vuoto”, un automatismo legato alle esigenze più basse dell’essere umano.

Da questo processo si evince, inoltre, come il Profano abbia un andamento lineare, ininterrotto, monotono; al contrario, il Sacro ha un andamento ciclico, in cui l’alternanza Puro/Impuro si ripresenti a cicli costanti.

 

La metafora più evidente di questo procedimento, è il sangue.

Il sangue è la potenza del nostro corpo, una caratterizzazione estremamente sacra dell’essere vivente. Nei sacrifici, il sangue è appannaggio esclusivo degli dei o degli spiriti, poiché è la parte più nutriente (più potente per l’appunto), e l’uomo non puo’ averla. Allo stesso modo, lo spettacolo di chi perde sangue ci atterrisce, poiché è una perdita prolungata di Potenza che viene dissipata, e l’uomo rischia di venire “contaminato” dalla sua impurità (quindi, dalla sua sacralità). Da qui, le attenzioni particolari, di discriminazione eppure allo stesso tempo di venerazione, di chi perde sangue (il malato che non puo’ stare in compagnia degli altri, la fanciulla confinata in una capanna al suo menarca, la donna in preda al suo ciclo mensile che, nell’accezione più banale, non puo’ fare le conserve o la maionese), la cui presenza puo’ essere solo mediata attraverso il sacerdote.

 

E’ ora più facilmente intuibile come la valenza dei Riti sia prevalentemente purificatrice, e non solo per rimuovere l’impuro, ma anche il puro, in quanto si tratta di due aspetti della stessa medaglia; al Profano non viene riservata alcuna purificazione, poiché esso è ordinario, non richiede sforzo.

 

Fascinans e Tremendum: la teoria di Otto

Rudolph Otto, dopo Durkheim, delineò una delle più apprezzate teorie sul sacro, in particolare per quanto riguarda le religioni di tipo giudaico-cristiano.

Le caratteristiche che attribuiva Otto al sacro erano sostanzialmente quella del Fascinans e del Tremendum, le due prepotenti emozioni in grado di annichilire la coscienza umana che ciò che è sacro è in grado di ispirare. Ovviamente, ancora una volta, si ricorda il carattere quantitativo del Sacro: sono molteplici gli spettacoli in grado di ispirare una fascinazione in grado di far quasi perdere l’essere umano in una beata ed estatica sensazione di benessere, e altrettanti in grado di ispirargli una sensazione di terrore paralizzante (esempio principe sono in entrambi i casi la magnificenza della natura, che nei suoi aspetti più lussureggianti viene definita paradisiaca, ma è in grado di atterrire con la sua collera). Per Otto, il Sacro è una categoria “a priori”, un’esperienza che non avviene per conoscenza ma viene esclusivamente vissuta come una grande emozione, che nella sua quantità trova la sua dimensione sacra.

Se ne evince una cognizione del divino allo stesso tempo dittatrice, quasi militare per certi versi, eppure non priva di una sfumatura paterna, magnanima (ma sempre in maniera estremamente distaccata, schiacciante); per questo motivo, è una definizione particolarmente calzante per le grandi religioni monoteistiche occidentali (giudaismo, cristianesimo nelle sue varie accezioni, e islamismo).

Vale la pena notare che, come per tutti gli studi sul Sacro, il Fascinans e il Tremendum non hanno solo valenza limitatamente religiosa, ma si possono applicare a tutti quei fenomeni che catalizzino attorno a sé l’esigenza di una guida superiore per la società; ne è ottimo esempio, la particolare concezione totalizzante di molti regimi militari e politici, in particolare per i totalitarismi del ‘900, ma anche la particolare devozione alla Repubblica tipica di alcuni stati nazionali contemporanei.

Le principali critiche mosse alla teoria di Otto sono dovute proprio alla sua scarsa versatilità, che impedisce di applicarle con successo a sistemi religiosi differenti da quelli occidentali che analizza; inoltre, se ne critica un certo barocchismo, una polarizzazione eccessiva tra i due estremi senza contemplare sentimenti ibridi o comunque fasi intermedie.

 

Tempo, Spazio e Persona Sacra: la Teoria di Eliade

Altra teoria sul sacro da inscrivere nei parametri di riferimento per lo studio antropologico e sociologico delle religioni, è quella di Mircea Eliade. Lo studioso rumeno individuò la collocazione del sacro nella cesura tra la Condizione Paradisiaca, quello stato cui l’uomo tende e aspira ma che è di fatto irraggiungibile se non nella rituale rappresentazione del Mito, e la Condizione Storica, la piatta ripetitività della vita quotidiana all’apice della sua profanità.

L’uomo è nel passato vissuto nella Condizione Paradisiaca, o quanto meno questo è quanto proclama la sua religione, finché un evento ha causato il suo distacco da questo status in cui era immerso (una rappresentazione costante del Peccato Originale, laddove questo diventa una metafora non tanto per il peccato in sé, quanto per un più generico atto di disobbedienza).

L’unica speranza che rimane all’uomo, è quella di recuperare i flebili legami con la dimensione del sacro, attraverso la costante ripetizione dei riti, che attraverso la rappresentazione degli eventi mitici che hanno creato il mondo, l’hanno separato dal Caos Informe Primigenio, la metafora del drago marino ucciso dal giovane dio sacrificatosi per generare l’ordine sulla Terra.

In particolare, questa ricerca con costante ottenimento e nuova perdita, dell’ordine del Sacro, viene individuata da Eliade nel Tempo, nello Spazio e nelle Persone.

È infatti l’interferenza del Tempo Sacro a scandire l’andamento della vita umana, a spezzare la quotidianità del Profano e quindi a dare all’uomo la dimensione di un tempo che scorre, che va avanti e che, altrimenti, sarebbe un infinito nulla che si protrae senza sosta, angosciante. Il ritorno ciclico viene esplicitato con la rappresentazione del mito delle origini, e nessuna rappresentazione è più potente a riguardo del rito che riguarda la fine dell’anno, in cui si “lotta” contro le forze del caos originarie e, replicando la vittoria divina, le si tiene a bada per un nuovo anno. Ancora una volta, l’uomo riesce a creare un periodo di tranquillità per la vita, e i festeggiamenti eccessivi sono necessari a sfogare tutta la vitalità (quindi potenza, quindi sacralità) necessaria perché il rito funzioni.

Lo Spazio Sacro, d’altro canto, è quello che consente all’uomo di orientarsi nell’ambiente in cui vive, gli fornisce gli elementi necessari a prendere le misure e muoversi nel mondo. E’ indispensabile che un luogo potente, che sia naturale o artefatto dalla mano umana, sia ben visibile e crei un collegamento non solo tra l’uomo e il posto in cui vive, ma che risponda anche a determinati criteri che ne facciano un Axis Mundi, l’Asse ideale che unisce il mondo celeste, alla terra e al mondo sub-terraneo (spesso infernale) in cui risiedono gli spiriti della morte. Per questo, deve trattarsi di un elemento elevato, solitamente con un’apertura (effettiva o metaforica) sulla sommità, dalle profonde fondamenta, che sia visibile da quanto più lontano è possibile di modo che chiunque lo guardi possa spezzare l’orizzonte profano, piatto e indistinto, con un elemento sacro di spicco.

Allo stesso modo, l’Individuo Sacro è colui che, tramite particolari Riti di Iniziazione, è stato messo a conoscenza di segreti proibiti agli altri uomini (tabu, ovvero precetti negativi o conoscenze proibite), è stato ritualmente ucciso e ritualmente è rinato come creatura dotata di sufficiente potere per mediare la veicolazione del Sacro presso gli esseri umani. E’ l’uomo in grado di riportare il sacro nel mondo ciclicamente officiando i Riti cui è stato iniziato, e che deve vivere discosto dalle altre persone per evitare di contaminare la loro quotidiana profanità, che non potrebbe reggere all’esposizione costante alla sua Potenza.

Infine, dall’Individuo Sacro possono venire i Talismani (o feticci), oggetti intrisi della sua stessa Potenza che possono restituirla a coloro che li utilizzano; a tal proposito è un ottimo esempio la parola di origine neozelandese Mana, oramai entrata nel linguaggio comune quotidiano, che indica la potenza non imbrigliabile e di difficile comprensione, ma allo stesso tempo efficace più di ogni altra, contenuta negli elementi naturali.

La principale critica mossa alle teorie di Eliade, che pure risultano di particolare efficacia per inquadrare alcuni aspetti della quotidianità legati al Sacro, è che esse risultano particolarmente adeguate per lo studio delle religioni antiche, ma spesso perdono un valore universale se applicate all’uomo moderno; lo stesso Eliade provò a fornire un rimedio, descrivendo l’uomo moderno come privo di una dimensione religiosa “sana”, rimpiazzata con materialismi sterili che non sono in grado di supportarne la spiritualità, facendosi così sfuggire la possibilità di creare una teoria generalizzata dalla dimensione più ampia.

 

Le Manifestazioni della Potenza: la Teoria di Van Der Leeuw

Un’ultima teoria che va presa in considerazione, per un’idea di massima di come si strutturi il Sacro nella percezione umana, è quella di D. Van der Leeuw; stranamente, nonostante questi fosse un sacerdote e avesse, quindi, una posizione “di parte”, la sua prospettiva di studio è quella più attuale e universale.

Per il teologo olandese, la sostanza della Potenza, la sua fonte, la fonte del Sacro stesso quindi, rimane inconoscibile, legata al mondo trascendente e pertanto scissa dalla dimensione umana. Vi sono tuttavia cinque manifestazioni della Potenza, tramite questa si manifesta all’uomo e tramite cui questi puo’ comunicare con il cuore stesso del Sacro. Le manifestazioni in sé non hanno grande valore, ma lo assumono nel momento in cui si fanno veicolo del rapporto tra l’uomo e la Potenza.

La prima forma di  manifestazione è la Fortuna, la più evidente e, per certi versi, la più grezza; è la capacità di influenzare l’esito di un’azione in senso positivo, e tanto più è presente quanto più preciso è l’obiettivo che ci si prefigge.

La seconda manifestazione è la Fertilità, in senso non esclusivamente sessuale ma in ambito più estensivo, come capacità di creare, ovvero come capacità di mutuare parte del potere generativo delle divinità che hanno dato origine al mondo.

La terza forma in cui la Potenza si incarna nel mondo è la Bellezza, non quella banale che genera invidia, ma quella potente che, intensa in un’accezione più flessibile delle teorie di Otto, è in grado di insinuare nella mente dell’uomo la percezione di un qualcosa di ultraterreno e irraggiungibile.

La quarta manifestazione è l’Immortalità, la capacità tipica delle entità divine di “dilatare” il proprio essere oltre il ciclo naturale dell’esistenza umana, accessoria delle sue forme minori (eterna giovinezza, o ritorno alla giovinezza). In tal caso, è utile notare come l’arte ha un carattere sacro proprio per la sua capacità di lasciare in qualche modo viva l’essenza di chi l’ha prodotta nel mondo.

Infine, l’ultima tra le manifestazioni è la Beatitudine, la sensazione simile alla felicità ma dal valore assoluto e totalizzante slegato dall’appagamento delle esigenze materiali; dal forte rimando al concetto di Apollineo e Dionisiaco delineato da Nietzsche, la Beatitudine si caratterizza per l’Estasi mistica o, all’inverso, dall’Ebbrezza assoluta spesso mediata da droghe sintetiche.

Attualmente, la teoria di Van Der Leeuw sul sacro è la più apprezzata, poiché consente di spiegare anche il sentimento del Sacro nell’uomo moderno, sganciata com’è alla dettagliata articolazione di uno specifico culto, senza però tralasciare quelli che sono tutti gli elementi che questo dovrebbe necessariamente avere o che, comunque, dovrebbe essere in grado di fornire ai suoi fedeli.

 

 

Stefano Buonocore

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